CONSOB

  • banca ladra

    Buongiorno! 
    Ci siamo lasciati con la secondo parte di questa lunga inchiesta sulle AZIONI-OBBLIGAZIONI NON QUOTATE delle banche del territorio che hanno creato immensi danni a decine di migliaia di risparmiatori.

    Questo è il link al primo articolo per le OBBLIGAZIONI

    Questo invece è il link per la prima parte delle AZIONI

    Con questa ultima parte vogliamo rendere PERFETTAMENTE CHIARO cosa siano le obbligazioni e azioni non quotate ma soprattutto come evitare questo RICATTO vero e proprio indotto dalle banche ad ignari risparmiatori o a chi ha chiesto mutui e prestiti importanti.

    Alla fine della lettura capirai cosa sono, come evitarle e come uscirne nel caso tu fossi finito dentro questo vortice di distruzione patrimoniale perpetrato nel tempo da parte di quelli che dovrebbero essere degli "istituti di credito".

    Procediamo.

    vortice
    La Comunicazione Consob del 2 marzo 2009: la sua applicabilità alle azioni delle banche non quotate considerate titoli illiquidi e la decisione dell’Ombudsman del 30 luglio 2014


    Il 2 marzo del 2009 la Consob ha emanato la Comunicazione n. 9019104 relativa ai doveri dell’intermediario nella distribuzione di prodotti finanziari illiquidi.
    Il documento si inserisce nell’ambito delle misure di c.d. “livello tre” sul regolamento intermediari con cui la Consob fornisce orientamenti interpretativi di dettaglio funzionali alla concreta applicazione del nuovo sistema normativo di derivazione comunitaria.


    La Comunicazione tratta della distribuzione alla clientela al dettaglio di prodotti finanziari illiquidi, che secondo la Consob sono quelli che determinano per l’investitore ostacoli o limitazioni allo smobilizzo entro un lasso di tempo ragionevole, a condizioni di prezzo significative, ossia tali da riflettere direttamente o indirettamente una pluralità di interessi in acquisto ed in vendita.


    Il primo problema che bisogna affrontare è quello dell’applicabilità di quanto stabilito dalla predetta Comunicazione Consob anche a titoli come le azioni non quotate in Borsa in quanto titoli illiquidi.


    A nostro parere, esaminando attentamente la Comunicazione, il problema non si pone in quanto le azioni non quotate rientrano nella definizione di titoli illiquidi delineata dalla Comunicazione e, cioè, di prodotti che determinano per l’investitore ostacoli o limitazioni allo smobilizzo entro un lasso di tempo ragionevole a condizioni di prezzo significative, ossia tali da riflettere, direttamente o indirettamente, una pluralità di interessi di acquisto e di vendita.


    D’altra parte la Consob nel suo provvedimento sostiene che la condizione di “liquidità” potrebbe essere garantita dall’impegno dello stesso intermediario al riacquisto secondo criteri e meccanismi prefissati e concreti come quelli che hanno condotto al princing del prodotto nel mercato primario.

    Sempre nella Comunicazione, quando si parla di prodotti illiquidi, si fa riferimento a titolo esemplificativo, ma non esaustivo, alle obbligazioni bancarie, alle polizze assicurative e ai derivati OTC, ovvero negoziati “over the counter”.


    Si consideri, inoltre, che le due decisioni dell’Ombudsman bancario del 30 luglio 2014 e del 30 aprile 2015 non ci sono proprio poste il problema dell’applicabilità della Comunicazione Consob del 2009 alle azioni illiquide della Carife e della Sparkasse di Bolzano, ma sono scese direttamente al merito della questione e nel caso della Carife hanno ritenuto che la stessa banca non avesse rispettato la Comunicazione del 2009, mentre nel caso della Sparkasse è stato ritenuto, sia pure erroneamente, che la banca aveva di contro rispettato la stessa Comunicazione Consob.

    Ma vediamo più da vicino quelle che sono le disposizioni stabilite dalla Comunicazione Consob del 2009 per il collocamento o la negoziazione di titoli illiquidi.


    In tema di prodotti finanziari illiquidi il diligente assolvimento degli obblighi informativi ex art. 21, comma 1, del Testo Unico Finanziario impone all’intermediario una specifica informativa in primo luogo ex ante, consistente nella scomposizione del complessivo esborso di capitale tra il c.d. fair value del titolo ed costi dell’operazione, precisazione del valore di smobilizzo dell’investimento nell’istante immediatamente successivo all’operazione di acquisto, specificazione delle condizioni di smobilizzo evidenziando maggiori difficoltà, tempi e costi connessi al livello di illiquidità, precisazione della circostanza per cui l’unica fonte di liquidità sia lo stesso intermediario negoziatore, dettagliando le regole di princing applicabile, nonché offrire un set informativo che confronti il prodotto illiquido con altri prodotti semplici, noti, liquidi, a basso rischio, con analoga durata e larga diffusione. La normativa di settore impone anche un obbligo di informativa ex post, consistente nell’invio di una rendicontazione periodica che specifichi il fair value aggiornato ed il presumibile valore di realizzo sulla base delle reali condizioni di smobilizzo.


    Secondo l’ormai nota decisione dell’Ombudsman bancario del 30 luglio 2014, se il set informativo predisposto dell’intermediario (vale a dire il prospetto informativo, la nota di sintesi, la nota informativa e l’eventuale scheda prodotto) non prevede tali informazioni, NON SI POSSONO RITENERE DILIGENTEMENTE ASSOLTI GLI SPECIFICI OBBLIGHI INFORMATIVI imposti dalla normativa per i prodotti finanziari illiquidi.

    Sempre in base alla suddetta decisione dell’Ombudsman bancario l’inserimento nell’ordine di acquisto di clausole con le quali il cliente confessi di essere consapevole, in particolare, dei fattori di rischio relativi all’investimento e di conoscere ed accettare, senza riserve, le condizioni e le modalità dell’offerta contenute nel menzionato prospetto informativo, è inefficace al fine di configurare un diligente adempimento in merito all’obbligo di fornire un’informativa trasparente e particolarmente dettagliata, come imposto ex lege per i prodotti illiquidi.

    Infatti, un rinvio per relationem ad un set informativo, non consegnato al risparmiatore e, comunque, privo delle informazioni previste dalla Comunicazione Consob del 2009, non assolve agli obblighi informativi di legge.
    In base alla decisione dell’Ombudsman, l’inadempimento agli obblighi informativi fa sì che la specifica operazione di compravendita dei titoli illiquidi non è da considerarsi validamente perfezionata, con l’obbligo della banca alla restituzione delle somme impiegate per l’acquisto dei titoli stessi.

    La necessità che le azioni non quotate siano negoziate o collocate solamente a investitori con profilo di rischio alto o quanto meno medio alto in quanto titoli rischiosi


    Le azioni bancarie non quotate quindi, DEVONO NECESSARIAMENTE per le loro caratteristiche, essere considerate come titoli con un profilo di rischio alto o, quantomeno, medio-alto.
    Non vi è dubbio, infatti, che titoli illiquidi, per i quali vi è una potenziale difficoltà di liquidazione, non possono che essere riservati ad investitori con un profilo di rischio alto o medio-alto.

    Le banche non quotate sono state sempre coscienti di ciò. Tant’è vero che prima dell’introduzione della MIFID, in vigenza della normativa di inadeguatezza di cui all’art. 29 del vecchio Regolamento Consob del 1998, gli istituti di credito non quotati, come si diceva, per vendere le azioni anche a soggetti con profilo di rischio basso o medio-basso, procedevano in via generalizzata a segnalare l’inadeguatezza ed a far sottoscrivere l’espressa autorizzazione ad eseguire comunque l’operazione.

    Tale modalità di vendita ha manifestato in alcuni casi, si veda il caso TERCAS, un vero e proprio abuso di diritto in quanto la segnalazione di inadeguatezza è stata effettuata in modo generalizzato a tutti i risparmiatori con profilo di rischio basso o medio-basso.

    Per tale motivo, nonché per la mancata indicazione degli specifici motivi di inadeguatezza si è aperto un vasto contenzioso presso il Tribunale di Teramo, con il quale si chiede la condanna della banca all’integrale restituzione delle somme investite.


    La strategia di vendita delle azioni illiquide post MiFID


    Andiamo ora a trattare l’argomento, invero assai interessante, relativo alla strategia di vendita adottata da alcune banche per collocare agli investitori con profilo di rischio basso o medio-basso le azioni non quotate.

    Vogliamo riferire della strategia di vendita delle azioni non quotate di una banca, che per riservatezza non nomineremo.
    Ebbene, abbiamo potuto constatare che, in particolare, in occasione dell’ultimo aumento di capitale avvenuto qualche anno fa, la Banca in questione, avendo una forte necessità di collocare tutte le azioni emesse, ha così operato.

    Si premette che la Banca, sin dall’introduzione dell’ultimo Regolamento Consob di fine 2007, che ha recepito le Direttive MiFID, ha esteso in via gratuita a tutti i propri clienti il servizio di consulenza.
    Per tale motivo, l’istituto di credito, tanto nella negoziazione, quanto nel collocamento dei titoli, era tenuto ad effettuare la valutazione di adeguatezza.

    Per il collocamento delle proprie azioni non quotate, effettuato per i clienti con un profilo di rischio basso o medio-basso, la valutazione di adeguatezza era NEGATIVA, per cui la Banca nella raccomandazione personalizzata dava indicazione di “evitare” l’acquisto dei titoli azionari di propria emissione, senza però precisare i motivi dell’inadeguatezza.

    Pertanto risultava, ad esempio, che alle 15 e 28 minuti la Banca, all’esito aveva emesso una raccomandazione, con la quale invitava il cliente ad evitare l’acquisto, salvo poi, dopo uno o due minuti, far risultare che era stato direttamente il cliente a richiedere l’acquisto inadeguato, in modo da passare “formalmente” dal regime di adeguatezza al regime di c.d. “execution only”.
    Geniale eh? Ci chiediamo se tale procedura possa essere ritenuta rispettosa della legge o non sia stata posta in violazione o in elusione della legge.

    A noi sembra che non vi sia dubbio sul fatto che una simile procedura sia illegittima ed elusiva del dettato normativo per le seguenti ragioni:
    - Prima della MiFID e, quindi, dell’art. 39 del Regolamento Consob del 2007 vigeva la normativa di cui al citato art. 29 del Regolamento Consob del 1998.

    - In base a tale previgente normativa, se l’intermediario finanziario riteneva che un’operazione fosse inadeguata rispetto al profilo del risparmiatore per tipologia, oggetto, frequenza o dimensione, era obbligato a segnalarlo per iscritto al cliente, indicando specificatamente le ragioni dell’inadeguatezza, e poteva eseguire l’operazione solo se otteneva dall’investitore una seconda sottoscrizione per autorizzazione a dar corso, comunque, alla negoziazione.

    In tal modo l’intermediario finanziario era esente da ogni responsabilità, se l’operazione si fosse rivelata dannosa per l’investitore.
    Con l’art. 39 del Regolamento Consob del 2007, che ha recepito la MiFID, l’operazione reputata non adeguata non può in alcun modo essere eseguita dall’intermediario, a differenza di ciò che avveniva in passato per quanto abbiamo detto, con la conseguenza che il livello di protezione per il cliente è, quindi, massimo, andando contro una sua esplicita volontà, in funzione dell’esigenza di tutelare il risparmio quale bene costituzionalmente protetto (si veda F. Sartori, “Le regole di adeguatezza e i contratti di borsa: tecniche normative, tutele e prospettive MiFID” in Rivista Diritto Privato, 2008 pag. 25 ed, in senso conforme, V. Santocchi, “Le valutazioni di adeguatezza e di appropriatezza nei rapporti contrattuali fra intermediari e cliente”, in I contratti del mercato finanziario, a cura di E. Gabrielli e R. Lener, I, Torino, 2011, pag. 281 e ss.).

    È allora evidente che, se con la nuova regola dettata dall’art. 39 l’intermediario è tenuto ad andare contro l’esplicita volontà del cliente, pur se questi ugualmente voglia compiere l’operazione, non sia ipotizzabile che l’intermediario consenta all’investitore di rinunciare alle garanzie proprie della consulenza e richiedere lui stesso l’operazione, come avvenuto nel caso di specie.

    È evidente che, operando con una tale strategia, l’intermediario finanziario AGGIRI PALESEMENTE l’art. 39 del Regolamento Consob del 2007, VIOLANDO altresì l’art. 21 del Testo Unico Finanziario, nel quale si stabilisce che l’intermediario si deve comportare con diligenza, correttezza e trasparenza per servire al meglio l’interesse dei clienti e per l’integrità dei mercati.

    Ora, è evidente che non sia certo nel miglior interesse del cliente comprare un prodotto finanziario inadeguato, ma sia invece nell’esclusivo interesse commerciale della Banca vendere sempre e comunque i propri titoli, anche a soggetti che avevano una propensione al rischio bassa o prudente.

    D’altra parte è necessario precisare che una procedura del genere potrebbe essere forse tollerata qualora si trattasse di un caso isolato, ma nel caso della Banca di cui parliamo abbiamo accertato che tale procedura è stata pressoché generalizzata e standardizzata.

    È evidente che, per provare tale violazione generalizzata della legge nei giudizi che eventualmente potranno essere proposti dai risparmiatori nei confronti della Banca, si chiederà di ordinare la produzione di tutti gli ordini per l’acquisto delle azioni effettuate da tutti i clienti dell’istituto di credito nei due mesi precedenti e successivi la singola negoziazione.

    Con tale mezzo istruttorio si potrà dimostrare la palese e preordinata elusione compiuta dalla Banca, elusione che potrebbe investire anche profili non strettamente civilistici.

    Ma rispetto alla strategia di vendita massiccia delle proprie azioni da parte della Banca in questione, ci chiediamo se le modalità di vendita di azioni non quotate in Borsa, come quelle in questione, possano essere compatibili con la normativa della c.d. execution only.

    Ci chiediamo, cioè, se la Banca avrebbe potuto vendere le proprie azioni non quotate con le suddette modalità.


    Orbene, come noto, l’art. 43 del Regolamento Consob del 2007 stabilisce che gli intermediari possono prestare i servizi di esecuzione di ordini per conto dei clienti o di ricezione e trasmissione ordini, senza che sia necessario ottenere le informazioni per procedere alla valutazione di adeguatezza o appropriatezza, quando sono soddisfatte tutte le seguenti condizioni:


    1. i suddetti servizi sono connessi ad azioni ammesse alla negoziazione in un mercato regolamentato o in un mercato equivalente in un paese terzo;
    2. il servizio è prestato ad iniziativa del cliente;
    3. il cliente è stato informato che l’intermediario non è tenuto a valutare l’appropriatezza e che pertanto l’investitore non beneficia della protezione offerta dalle relative disposizioni;
    4. l’ Intermediario rispetta gli obblighi in materia di conflitti d’interesse.
    In base a quanto sopra, sembrerebbe potersi sostenere che le azioni non quotate in un mercato regolamentato, come le azioni bancarie di cui abbiamo trattato, non possono essere negoziate in un regime di “execution only”, per cui la Banca che ha utilizzato tale modalità avrebbe commesso una violazione di legge.

    Labirinto 

    Conclusioni


    Concludiamo solamente dicendo che la questione delle azioni ed obbligazioni non quotate è veramente rilevante in quanto coinvolge ormai svariate decine di migliaia di risparmiatori, che vanno ad aggiungersi alle centinaia di migliaia di risparmiatori coinvolti nella vicenda del c.d. “risparmio tradito”, in un nuovo e quanto mai preoccupante capitolo. Invitiamo pertanto a diffidare dalle "proposte che non si possono rifiutare" (soprattutto nel momento del bisogno), rimanendo a disposizione 
    di tutti i nostri Associati (attuali e futuri) per esaminare insieme tutte quelle situazioni che ritengono meritorie di analisi approfondita.

    Essere un nostro associato fa sì che da queste casistiche che stanno purtroppo diventando "normali" ci si trovi molto ma molto lontani, con conseguente protezione dei propri risparmi ma non solo. Far parte di un'associazione, significa far parte di un GRUPPO COESO che ha come obiettivo lo sviluppo di tutti gli associati e soprattutto, il benessere e la protezione di quanto faticosamente accumulato in una vita di lavoro.

    Ecco perchè vi invitiamo nuovamente ad associarvi se non volete correre questi rischi ogni volta che vi recate allo sportello, segnalandoci le proposte che ricevete mediante una mail a questo indirizzo!

    Vi ringraziamo anticipatamente per l'aiuto che ci darete nel diffondere le nostre analisi ed inchieste a tutte le persone a voi care, sia condividendo il link al nostro blog che alla nostra pagina Facebook.

    UFFICIO STUDI ASSODIR

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  • consob

    Dopo che Venerdì c'è stato il peggior tracollo della Borsa italiana sin dalla propria nascita, fa un po' impressione leggere l'articolo 47 della Costituzione che recita testualmente:

    "La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e controlla l'esercizio del credito.
    Favorisce l'accesso del risparmio popolare alla proprietà dell'abitazione, alla proprietà diretta coltivatrice e al diretto e indiretto investimento azionario nei grandi complessi produttivi del Paese. "


    Una domanda infatti ci sorge spontanea: COME MAI, DOPO QUEL CHE E' ACCADUTO, LA CONSOB NON HA VIETATO LE VENDITE ALLO SCOPERTO SU NESSUN TITOLO DEL LISTINO ITALIANO?

    Proviamo ad azzardare qualche risposta: forse le Banche non fanno parte del diretto ed indiretto investimento azionario nei grandi complessi produttivi del Paese? Oppure si preferisce lasciar scendere il mercato sintanto che il valore dei gruppi bancari sia pressochè azzerato dando la colpa agli inglesi di ciò che sta avvenendo in queste ore?
    Oppure... Aiutateci voi perchè all'interno del nostro Ufficio Studi non riusciamo nè a darci una spiegazione, nè a farcene una ragione!

    CONSOB, ABI, ASSOGESTIONI, che fine avete fatto? Come mai non fate sentire la vostra voce in momenti del genere? Se ci siete ancora perchè non battete un colpo per cercare di tutelare le centinaia di migliaia di risparmiatori coinvolti in quella che sta divampando come la peggior crisi finanziaria degli ultimi 50 anni? Grazie per le PRONTE risposte!

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  • Ben ritrovati!

    Dopo il nostro ultimo articolo sulle Poste Italiane di qualche mese fa, che ha destato parecchio scalpore, abbiamo ricevuto una notevole dose di ringraziamenti ed anche qualche email di contestazione da parte di "zelanti" funzionari delle Poste...

    Quella che troverete qui sotto è la più interessante e proviene da uno di questi che, dopo averlo condiviso su FACEBOOK, l'ha "bollato" con un solenne:

    "TUTTE MINCHIATE".

    Naturalmente, quando ci siamo accorti della "stroncatura", abbiamo chiesto gentilmente spiegazioni al suddetto individuo invitandolo a risponderci sul perchè del suo appellativo e questa che vedete sotto è stata la sua risposta:

    peppe


    Orbene, "carissimo" sig. Peppe (stia tranquillo che conosciamo benissimo la normativa sulla Privacy e non pubblicheremo il suo Cognome), ringraziandola per la sua risposta e tralasciando il suo commento originario (la forma è parte della sostanza, ma evidentemente ogni botte non può che dare il vino che ha dentro), gradiremmo provare a rifare il punto della situazione e farle notare anche noi qualche "PICCOLO PARTICOLARE" di cui non era a conoscenza o che magari le è sfuggito.

    Ripartiamo dall'inizio:

    Il nostro Ufficio Studi ha messo sotto la lente di ingrandimento alcuni prodotti collocati da Poste Italiane che sembrava che secondo noi NON fossero idonei alla loro clientela retail tipo, della quale proviamo a tracciare un identikit: Cliente da molti anni,
    abituato ormai al concetto di totale protezione del capitale, conpropensione al rischio bassissima o nulla e che vede in Banco Poste il classico porto sicuro, sin dai tempi lontani nei quali, con inflazione sopra al 5% era possibile beneficiare di rendimenti oggi impensabili e nei quali l'idea di erodere il capitale era semplicemente assurda.

    Tali prodotti si sono invece rivelati molto rischiosi e contemplavano la possibilità che il capitale iniziale non fosse protetto.

    Alla luce di quanto sopra, ciò che è lecito ed indispensabile chiedersi ora è: come può succedere che il classico risparmiatore italiano e Cliente delle Poste, che ha sempre evitato pressochè ogni assunzione di rischio negli anni passati, cercando la sicurezza a discapito del rendimento, si sia improvvisamente gettato su fondi immobiliari e polizze agganciate ad indici azionari?

    Da verifiche Consob del 2014 emerse che SOLTANTO 330 mila Clienti su 900 mila avevano un profilo di rischio Mifid (gli altri hanno rapporti avviati prima dell’entrata in vigore della norma, replico' l’azienda). Ma il 74,5 per cento dei Clienti di Poste Italiane si classificava sui tre livelli più elevati di “esperienza e conoscenza”, soltanto il 5 per cento aveva conoscenze minime. Altro che pensionati e piccoli risparmiatori spaventati dalle banche, le Poste, stando alle classificazioni interne verificate dalla CONSOB, erano frequentate da scafati professionisti degli investimenti!?!

    Onde evitare equivoci o dubbi, nel caso pensasse ce ne fossimo accorti soltanto noi, le riportiamo alcuni stralci del testo di un'interrogazione parlamentare del Dicembre 2014 (per la precisione si tratta di un'interrogazione a risposta scritta, la numero 4-07276 presentata dall'onorevole GUIDO GUIDESI - Testo di Venerdì 12 Dicembre 2014, seduta n. 349).

    “...L'analisi dell'Autorità relativa a Poste, durata alcuni mesi, è stata approfondita e ha riguardato persino la posta elettronica interna all'azienda;
    il giudizio contenuto nel dossier dell'autorità di vigilanza non è positivo. Vi si legge infatti, stando alle notizie di stampa, che «Le verifiche condotte hanno evidenziato che la società si avvale, nello svolgimento dei servizi di investimento, di meccanismi di pianificazione commerciale e di incentivazione del personale fondati sul perseguimento di specifici interessi “di business” (prevalentemente declinati in termini di redditività) che, affiancati da rilevanti pressioni gerarchiche a tutti i livelli della struttura organizzativa, hanno determinato, a valle del processo distributivo significative distorsioni nella relazione con la clientela...

    Continuiamo a leggere:

    ...Il sistematico ricorso a forme di pianificazione commerciale «per prodotto» costituiscono le componenti di un impianto focalizzato verso la realizzazione di obiettivi aziendali senza tenere adeguatamente conto delle esigenze della clientela;  Consob evidenzia criticità nel rapporto con i risparmiatori...

    E ancora:

    ...Addirittura, l'80 per cento dei Clienti sopra i 70 anni che hanno comprato una polizza index-linked (una forma di investimento che garantisce il capitale e ha un rendimento legato all'andamento di un indice) hanno un orizzonte di investimento superiore ai 7 anni; la società «a fronte di una specifica richiesta del team ispettivo, non è stata in grado di estrapolare i dati», relativi alla situazione finanziaria effettiva del cliente. E non considera l'età anagrafica per garantire un periodo di investimento adeguato...”,

    In parole povere, caro sig. Peppe, se un ottantenne con la pensione minima vuole investire in un prodotto con scadenza 20 anni, nessuno alle Poste farà obiezioni!?! Le pare normale questo genere di comportamento da parte di chi dovrebbe garantire ai propri Clienti innanzitutto la famosa SICUREZZA di cui un anziano va alla ricerca?

    Le riportiamo anche per completezza, visto che forse non lo sa, caro sig. Peppe che, per tutte queste motivazioni, Poste Italiane ha ricevuto una MULTA di 60.000 Euro, certificata dalla delibera CONSOB n. 19283 del 30-7-2015 che può leggere tranquillamente QUI.

    Leggiamo nella delibera di "usi e costumi" che oseremmo definire quantomeno, “curiosi”, non pensa?

    “...Omissis... Consob stigmatizza anche il caso della vendita di polizze e l'apertura di libretti postali a studenti stranieri che andavano a chiedere il permesso di soggiorno..." 

    E' chiaro che a nostro modesto parere, situazioni del generedevono farci capire che non siamo più di fronte alla classica cassaforte simbolo di sicurezza inespugnabile, bensì a una normalissima azienda pseudobancaria quotata in Borsa che navigando nella correttezza (formale), mira comunque aprioristicamente al massimo della redditualità... Non certo quella dei Clienti, però!

    Allora, si dirà, se Poste Italiane è così scaltra e con una clientela tanto estesa, sarebbe stato comunque un affare diventarne soci, acquistando magari un pacchetto azionario in fase di collocamento !

    NO, neanche così si sarebbe fatto un affare. Il titolo Poste Italiane, non è stato un titolo per nulla "brillante" ed ancora oggi, nonostante la Borsa italiana sia ai massimi dell'anno, vale decisamente meno rispetto alla data di collocamento (27/10/2015).


    Poste 14122016


    Eppure un Ente che detiene una massa monetaria tanto ingente e che si quota ai mercati finanziari, potrebbe e dovrebbe fornire un piano industriale degno di questo nome, vediamo allora in quale impresa si è lanciata per mettere a reddito tale massa monetaria: unico investimento degno di nota è stato in Alitalia, dove si è riportata (ovviamente) una sonora batosta.

    E il prossimo investimento strategico all'orizzonte? Una quota di Coca Cola? Di Apple? Una partecipazione in General Motors o Facebook? Macchè… dopo Alitalia saranno investiti danari nel fondo Atlante!

    Così almeno esterna pubblicamente la presidente di Poste Italiane, Luisa Todini che vede nel fondo Atlante la possibilità di un ritorno del 6% ma precisando immediatamente dopo che qualsiasi investimento è a rischio, il classico modo di mettere le mani avanti.

    Sono stati 250 i milioni di Euro investiti nel Fondo Atlante, dopo il fallimento dell'investimento in Alitalia. Se pensiamo che una SPA deve individuare settori più redditizi in cui diversificare, fatichiamo a trovarne due più a rischio di una compagnia aerea che per decenni ha prodotto solo debiti e che nessuno voleva acquisire ed un fondo nato per salvare banche che altrimenti avrebbero difficoltà a sopravvivere.

    Voi a chi prestereste i vostri soldi? A chi li fa fruttare, o a chi li va dissipando? E senza essere presidenti di società quotate, pensiamo di sapere la vostra risposta.

    Sono quindi dissennati il presidente di Poste italiane e il Ceo?

    Asslutamente NO. Però, dobbiamo essere onesti e renderci conto una volta per tutte che Poste Italiane, forte della vastissima clientela di cui dispone, può permettersi di fare da BANCOMAT alla Cassa Depositi e Prestiti e al Ministero dell' Economia e delle Finanze, e se la nostra compagnia aerea di bandiera produce solo debiti, Poste può contribuire a finanziarla (facendo passare il tutto come un investimento in cui crede…) e se le banche producono bilanci in rosso e si crea un fondo per salvarle, anche qui Poste può contribuire (sempre sotto forma di investimento sicuro e lungimirante)…

    E così anche per mitigare il pessimo bilancio 2015 della Cassa Depositi e Prestiti (in rosso a causa della quota di partecipazione detenuta in Eni), ecco che viene “acquisita” una quota di Poste Italiane, rendendone al momento tale la compagine azionaria:

    Tutti questi investimenti non potrebbero essere meglio tarati a favore del Cliente, con l'obiettivo di offrire un ritorno più appetibile per i propri risparmi?

    Forse SI', se la Società fosse libera di muoversi, investire, programmare per crescere e non per tappare le falle di Stato, invece si è legata ancor di più alla cassa Depositi e Prestiti per rinnovare e allungare il contratto che le permette la distribuzione dei libretti e dei buoni Cdp: senza quel contratto, che nei primi sei mesi del 2014 ha portato a Caio (ceo di Poste Italiane) 766 milioni di euro commissioni, quotare le Poste in Borsa sarebbe stato quasi impossibile.

    ...E difatti i risultati di una reale diversificazione e di un vero piano industriale sono evidenti, dopo i fondi e le polizze di cui abbiamo scritto negli articoli precedenti, vediamo che anche il titolo azionario stesso è in perdita dalla data di collocamento, e documentandosi si può vedere come anche i famosi libretti al portatore e buoni fruttiferi che i nonni aprivano al nipotino appena nato, oggi non offrano rendimenti allettanti:

    Riflettendoci un attimo, in effetti lo 0,01% ANNUO LORDO ci fa capire come il nascituro contribuisca al fondo Atlante…

    Eppure in Poste Italiane sanno benissimo come districarsi tra prodotti ben più strutturati:

    nel 2013 le Poste convincono molti Clienti ad aderire al riacquisto di obbligazioni emesse da Barclays e Crédit Suisse e poi ne approfittano per consigliare subito di impiegare la liquidità tornata sul conto per comprare prodotti remunerativi per il Gruppo. La Consob nota la tendenza delle Poste a proporre alla clientela disinvestimenti anticipati nei periodi in cui ci sono emissioni di prodotti delle Poste stesse, “senza che tali proposte fossero precedute da analisi sulle reali esigenze della clientela”. Perché lo scopo era uno solo: incassare più commissioni possibile.

    Citiamo sempre dalla famosa delibera CONSOB n. 19283 del 30-7-2015:

    "...Omissis... La stessa autorità nota la tendenza delle Poste a proporre alla clientela disinvestimenti anticipati nei periodi in cui ci sono emissioni di prodotti delle Poste stesse, senza che tali proposte fossero precedute da analisi sulle reali esigenze della clientela..."

    A questo punto, caro Peppe e cari lettori, crediamo sia sufficientemente chiaro allora lo spirito del modus operandi di Poste Italiane:
    ognuno tragga le debite considerazioni su questo ennesimo "Ente di Stato quotato in Borsa"...

    Una cosa però ci tenevamo a puntualizzarla al sig. Peppe ed a tutti i funzionari postali che operano dietro lo sportello (o a domicilio) come lui: 

    noi siamo un gruppo di cittadini, risparmiatori che è diventato investitore consapevole, sufficientemente coeso e che SI RIBELLA a questo "fumo negli occhi" ed a questo modus operandi e, ci teniamo a farle sapere che il mercato a cui "il sistema"si rivolge NON E' PIU' quello di 20 anni fa in cui bastava un promotore finanziario per fare raccolta: oggi le persone grazie al web FINALMENTE possono informarsi e rendersi conto con i propri occhi PRIMA d'investire in qualsiasi strumento, "che cosa c'è dietro".

    Pertanto la ringraziamo per la sua risposta che ci fornisce un ulteriore stimolo a verificare ed approfondire ulteriormente ogni nostro scritto ed a rinnovare l'invito a tutti i nostri lettori a NON FIRMARE A SCATOLA CHIUSA NESSUN GENERE DI PROPOSTA FINANZIARIA CHE VENGA LORO SOTTOPOSTA non soltanto da parte di qualsiasi Banca ma anche a questo punto di qualsiasi Ufficio Postale. 

    La salutiamo distintamente sig. Peppe, augurandole buon lavoro e scusandoci per il ritardo nella risposta, ma come potrà ben immaginare, raccogliere tutti i dati che abbiamo citato, analizzarli e verificarli richiede parecchio tempo. Se reputasse anche queste "TUTTE MINCHIATE" come le precedenti, la preghiamo però di risponderci nel merito, stavolta! Fra persone serie si dovrebbe fare così... 
     
    Il nostro Ufficio Studi è a disposizione dei propri Associati (
    potete trovare tutto quello che vi serve a questo link) per esaminare insieme tutte quelle situazioni che ritengono meritorie di analisi approfondita, onde evitare di finire in casi come quelli sopradescritti o come QUESTI.

    Aiutateci ad aiutare chi ha bisogno d'aiuto (e magari non ne è neppure consapevole) condividendo questo articolo con le persone a voi care!

    Grazie.

    Insieme, possiamo farcela!

    UFFICIO STUDI ASSODIR

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